Bibliografia e Corsi
 
La Morfopsicologia

 

 

MORFOPSICOLOGIA

 

 

 

 

Prof. Corrado Bornoroni

 

 

 

La morfopsicologia è la scienza che studia le relazioni tra la forma del viso e lo psichismo, ovvero studia i rapporti antropometrici del viso in relazione allo stato fisiologico e psicologico del paziente. Ha le sue origini nella fisiognomica che desumeva le peculiarità morali e psichiche di un individuo dall’osservazione dei tratti somatici, in particolare del viso.

La fisiognomica è uno studio statico e meccanicistico, come lo erano gli studi antropometrici e antropomorfici del Lombroso o del Pende, mentre la morfopsicologia è uno studio dinamico che esprime il doppio movimento dell’energia vitale sotto forma dei due istinti opposti, ma essenziali, l’istinto di espansione e l’istinto di retrazione.

 

Studiosi di morfopsicologia:

  1. Cesare Lombroso: studio della fisiognomica applicata non tanto alla medicina, quanto alla scienza forense e alla psichiatria. Limiti: visione meccanicistica pericolosa dato che schematizzava questa scienza e non prendeva in considerazione l’aspetto dinamico.
  2. Louis Corman (1937): vero fondatore storico della morfopsicologia perché introduce il concetto dell’ambiente psicologico in cui cresce l’individuo e che è fondamentale per le modificazioni morfologiche del viso. Limiti: mancanza di una legge che decodifichi le modalità con cui il viso si modula in funzione dell’ambiente.
  3. Claude Sigaud (1865-1921): introduce la legge di dilatazione e retrazione (legge fondamentale della morfopsicologia):
  • la forma umana si dilata, si espande in un ambiente favorevole in cui può facilmente adattarsi;
  • la forma umana si retrae, si contrae, in un ambiente ostile di difficile adattamento.

Secondo Louis Corman la dilatazione/retrazione esprime chiaramente non solo un aspetto clinico medico come lo intendeva Sigaud, ma anche soprattutto una dinamica di due opposti istinti vitali, l’istinto di espansione e quello di conservazione.

Il movimento fisico, biologico e psicologico di dilatazione corrisponde all’istinto di espansione.

Il movimento fisico, biologico e psicologico di retrazione corrisponde all’istinto di conservazione.

Il vero istinto della vita è l’istinto di espansione perché spinge l’individuo verso l’ambiente, alla sua conquista e alla sua realizzazione. È però importante sottolineare che l’istinto di conservazione e quindi il movimento della retrazione è sempre un fenomeno attivo che serve a conservare la vita. La retrazione non è un’atrofia di un tessuto o la perdita di vitalità, ma al contrario una reazione di difesa che serve a preservare l’individuo da una patologia o da una perdita della sua energia vitale.

La legge di dilatazione e retrazione di Sigaud si basa in maniera fondamentale anche sullo studio della cellula: ogni cellula messa in un humus biologico idoneo si espande, ogni cellula messa in un humus biologico non idoneo si ritrae.

Questi due istinti gestiscono quindi l’energia dell’uomo.

Questo concetto corrisponde nella medicina tradizionale cinese al concetto di yin e yang che sono rappresentazioni  del Qi.

Lo yin non è passività, è quiete in movimento, è solo in apparenza uno stato di passività, ma in realtà è un momento di meditazione, di intimità, di elaborazione mentale, di intuizione e quindi di attività interiore.

Lo yang invece è frenetico e espansivo, e una persona deve avere in sé entrambi gli elementi per autogestire in maniera adeguata la propria energia vitale, le proprie risorse energetiche.

 

Energia vitale

L’energia vitale di un organismo espressa nel suo codice genetico cellulare e nel suo DNA si esprime alla nascita con una costituzione ereditaria frutto non solo di un rigido codice genetico, ma anche di un vissuto nutritivo biochimico e biopsichico prenatale.

Quindi l’energia vitale in un individuo si costituisce:

  • dall’informazione genotipica, (genoma);
  • dall’imprinting materno (che i cinesi non aggiungono): una madre astenica partorisce un figlio astenico;
  • dall’energia che si modula in funzione dell’ambiente gestazionale in relazione all’ontogenesi sia prenatale che postatale.

 

L’energia vitale di un individuo può essere così suddivisa:

  • un’energia di espansione, proiettiva, dinamica, finalizzata alla vita e al suo progredire;
  • un’energia di mantenimento o di base, per mantenere i nostri processi biologici vitali;
  • un’energia di riserva, per le situazioni di emergenza, come quella degli animali in letargia.

Quando una persona si esaurisce, cioè è in fase di esaurimento, secondo la definizione del Selye, ha finito tutte le sue energie di riserva. L’esaurimento avviene per non aumentare l’entropia del sistema, per sopravvivere; è un aspetto fisio-patologico, in cui l’organismo si adatta a questa nuova situazione per recuperare l’omeostasi dei sistemi biologici e psicologici.  Se un uomo o una donna è depauperata energeticamente, ciò implica una caduta degli ormoni della corteccia surrenalica (quello che in MTC viene chiamato, deficit dello yang del rene), per cui le sue capacità reattive sono biologicamente scarse. Se hai un rene scarico energeticamente, anche se psicologicamente hai preso coscienza di certe dinamiche psichiche esistenziali, manca l’energia vitale e la risposta allo stress è precaria. L’organismo invia informazioni disadattive alla mente che reagisce con uno stato depressivo, coerente col bisogno di non agire e di non essere attivo. L’energia serve sempre: tu puoi star bene mentalmente, ma se ti trovi in una fase di deficit energetico, nonostante la presa di coscienza fai molta fatica. Quando si è senza energia si richiamano tutti “files mnestici della propria vita”, le memorie cioè dei nostri archivi, spesso i più pesanti e i più carichi di emozioni negative.

S può pensare, in questo stato depressivo, di regredire e di aver perso molti aspetti evolutivi della nostra personalità;  è una sorta di regressione, vivi le stesse sensazioni di anni prima, con le stesse sofferenze. E' solo dipeso da un calo dell'energia vitale, e questa carenza richiama una antico vissuto emozionale.

E' bene ricordare che tutti i nostri ricordi sono legati ad emozioni e dipendenti dallo stato psico-fisico in cui ci troviamo in quel momento. Erickson e Rossi hanno definito questa elaborazione mnestica come una "memorizzazione stato-dipendente"

 

Studio morfologico del viso

 

Lo studio morfopsicologico si basa sulla valutazione delle forme del viso prendendo come riferimento principale sempre la legge di dilatazione e retrazione. Si studia:

  • il grande viso (si chiama anche quadro del viso), con la struttura osteomuscolare del viso e la sua modellatura;
  • il piccolo viso: i recettori sensoriali e la mimica espressiva.

Quindi s’intende per grande viso:

  • la struttura ossea costituita dalla struttura cranica e delle ossa mascellari;
  • la struttura muscolare costituita dai muscoli più importanti del viso che sono il massetere[1], temporale[2], lo zigomatico, il buccinatore[3], l’orbicolare delle labbra. Il temporale e il massetere rappresentano la funzione nutrizione. Lo zigomatico rappresenta la funzione respirazione.

I muscoli più importanti per la valutazione del quadro del viso sono massetere e zigomatico. Occorre ricordare che l’uomo ha nel massetere una capacità complessiva che arriva fino a 420 kg. di potenza. Se avessimo denti di acciaio potremmo triturare un osso. Abbiamo una potenza spaventosa nel massetere che aumenta enormemente nel soggetto mesoblastico bilioso, perché più l’angolo si squadra e più fisicamente il sistema di leve è potente; più l’angolo è aperto e meno c’è potenza.

 

La struttura del viso deriva:

  • dal Jing del cielo anteriore secondo la M.T.C. cioè l' informazione genotipica,
  • dalla dominanza dei foglietti embriogenetici,
  • dall’imprinting materno.

 

Il piccolo viso studia i recettori, e quindi le vie di comunicazione sensoriale (senso visivo, gustativo, olfattivo, uditivo), mediante i quali l’organismo entra in contatto con l’ambiente esterno. I recettori rivelano quindi l’influenza che l’ambiente ha sull’individuo. Hanno una ricca innervazione e una mimica espressiva che è sostenuta dai muscoli pellicciai. E’ la mimica che dà stenia al viso. Se non c’è mimica e non c’è stenia, anche se il recettore è aperto è, dal punto  di vista morfopsicologico, considerato chiuso.

Riscontriamo tre diversi gradi di intensità di dilatazione o di retrazione recettoriale:

  • primo grado, debole;
  • secondo grado, medio;
  • terzo grado, forte.

Il grande viso equivale alla struttura costituzionale, mentre il piccolo viso o meglio i recettori equivalgono all’aspetto tempero-caratteriale perché ogni nostro movimento di espansione o di retrazione è sempre collegato alla dinamica affettiva. L’ambiente ci fa memorizzare, e le nostre memorie sono sempre legate ad emozioni, e sempre coerenti con la natura affettiva e la funzione junghiani Sentimento..

 

Recettori

 

I recettori sono quelli che modulano la fisiognomica del viso, gli atteggiamenti e il vissuto del viso, le rughe, la mimica espressiva.

La morfopsicologia non considera il recettore solo da un punto di vista anatomico, ma soprattutto dalla sua mimica espressiva e reattiva di fronte allo stimolo. Quando guardate un recettore, osservate anche come si muove, il che indica il tipo e il livello di comunicazione. Occorre osservare, e non guardare.

I recettori si modulano per tutta la vita, non sono fissi. E’ chiaro che quando si hanno gli occhi in fuori non si possono modificare più di tanto, ma anche quelli subiscono modifiche. La cosa bella in morfopsicologia è vedere come cambiano i recettori nei pazienti prima e dopo la cura (rughe, bocca, occhi, etc). Vedete il soggetto 10 anni prima e dopo, e vedete cosa è successo in dieci anni di vita: vedete visi che si allargano addirittura. Anche le rughe sono un modo di adattarsi all’ambiente mediante la mimica espressiva.

I recettori si modificano e si modulano costantemente rispetto all’ambiente tranne quando si arriva al III grado.

Se un recettore si è chiuso significa che il soggetto evita il conflitto, questo implica che nella sua vita psichica, nella sua intimità ha vissuto un conflitto che in genere risale ad informazioni non coerenti tra le figure parentali. Queste sono le due figure in cui noi nasciamo incastrati, l’oppressione, l’essere soffocati dalle informazioni delle due figure parentali è grave, lo vediamo dalla grafia. Tutta la sofferenza del nostro io è legata alla non integrazione degli archetipi delle due figure parentali.

Chi ha il recettore aperto, perché la vita glielo ha fatto aprire.Avere recettori chiusi non è un difetto, vuol dire che il soggetto ha vissuto il conflitto, non lo ha elaborato, ed ha rimosso o "raffreddato" la funzione psichica junghiana coerente con lo stesso conflitto. Ha trovato tecniche di sopravvivenza senza evoluzione dell funzione psichica.

Qualsiasi ambiente genetico, organico, psichico, procura modificazioni morfopsicologiche.

 

La modulazione dei recettori è sostenuta da due elementi:

  • dall’innervazione ricchissima,
  • da una muscolatura di tipo agonista/antagonista, Yin/Yang, come in tutte le cose. Per cui avremo i muscoli dilatatori e retrattori della narice; l’orbicolare superiore che fa contrarre rispetto all’orbicolare inferiore che fa distendere. I muscoli agonisti e antagonisti facciali sono quelli che determinano la mimica facciale e la loro disarmonia contribuisce all’invecchiamento cutaneo del viso, insieme al depauperamento dell’acido ialuronico nel derma. Le rughe espressive caratterizzano infatti una personalità e un vissuto psichico; sono esse strettamente individuali e qualsiasi modifica, anche chirurgica, alterano e mascherano l’essenza e la biografia della persona.

 

In una stessa famiglia le dinamiche possono essere diverse, uno ha il recettore chiuso, l’altro aperto, perché è il vissuto quello che conta, cioè come il soggetto vive la dinamica comunicativa, se la vive in maniera conflittuale o meno. Ognuno di noi ha un karma.

Il karma si chiama gestazione perché in quella fase arrivano tutte le informazioni più importanti, più basilari della nostra vita. Tutte le informazioni ricevute nei nove mesi di gestazione, le dinamiche più complesse sono gestazionali, perché le informazioni che arrivano dalla madre, dal suo modo di vivere l’ambiente circostante, non possono essere decodificate. L’elaboratore non è spento, ma non ha la capacità di elaborare il conflitto o la dinamica. Il feto non può decodificare le informazioni che arrivano: le registra.

Nella medicina cinese la sofferenza di un organo si esprime o direttamente sull’organo o sulle funzioni dell’organo o sui bersagli dell’organo (sia somatici che psichici). L’occhio è un bersaglio del fegato: una patologia epatica modifica il recettore. In questo caso noi abbiamo un somatico che informa la mente, ma anche la mente informa morfologicamente il somatico. Se la mente, l’analizzatore, gestisce morfo-psicologicamente l’occhio, che è una zona riflessa, con una serie di connessioni col talamo e con la corteccia, un fegato manda un messaggio sull’organo bersaglio che risponderà con un messaggio di adattamento.

Avere recettori troppo chiusi è patologia, ma anche averli troppo aperti è patologia. È importante che il recettore sia mobile, mimico, che abbia la capacità di "zoommare", permettendo l’apertura e la chiusura del campo di coscienza e più c’è questa capacità e più c’è intelligenza.

 

L’OCCHIO

 

L’occhio rappresenta la comunicazione visiva con l’ambiente, la nostra coscienza che si apre e si chiude all’ambiente, e quindi da una parte è uno dei sistemi di difesa, il prendere coscienza sensoriale di un pericolo, e dall’altra parte, come espressione simbolica, è la capacità di coscientizzazione dell’ambiente.

La retrazione dell’occhio è collegata alla tensione del muscolo orbicolare delle palpebre. Le modalità di retrazione dell’occhio sono tre:

  1. restringimento della rima palpebrale come se si dovesse mettere sempre a fuoco un oggetto o ridurre   l’esposizione alla luce;
  2. infossamento dell’occhio nella cavità orbitaria: questa è la più frequente;
  3. lo sporgersi all’infuori dell’arcata sopracciliare, come una piccola tettoia di riparo chiamata da Corman abrité (riparato).

Anche le modalità di dilatazione sono tre:

  1. espansione della rima palpebrale;
  2. estroflessione del bulbo;
  3. intensa vivacità mimica espressiva dell’occhio.

Un metodo utile per valutare l’estro-introflessione del bulbo oculare è quello di poggiare un righello sul sopracciglio e sull’osso zigomatico per vedere se le palpebre urtano il righello.

La visione è il più importante mezzo di comunicazione che l’organismo ha nel rapportarsi con l’ambiente circostante.

L’occhio è paragonabile ad una macchina fotografica:

  • la retina corrisponde alla lastra impressionabile,
  • l'umor vitreo e cristallino rappresentano l’obiettivo,
  • l'iride e le palpebre rappresentano il diaframma,
  • il globo oculare rappresenta la camera oscura.

Nella tecnica fotografica il diaframma viene chiamato diaframma a iride che come l’occhio ha il vantaggio di variare continuamente la propria apertura per regolare la luce e mettere a fuoco l’immagine. 

Quando un occhio si dilata indica che c’è il bisogno di una maggiore comunicazione verso l’ambiente fisico e psicologico. La dilatazione avviene sia aprendo la rima palpebrale, cioè aumentando la sua apertura diaframmatica per mettere a fuoco l’immagine, sia con l’estroflessione dall’orbita aumentando l’angolo di apertura visiva, quindi la visione è meno ostacolata dalle ossa e diventa più ampia come se fotografasse con un grand’angolo.

L’opposto avviene quando un occhio si retrae o mediante il restringimento della rima palpebrale come nella miopia, dove il muscolo cigliare permette una variazione della curvatura del cristallino in modo che l’occhio possa guardare oggetti lontani, oppure mediante l’introflessione dell’occhio nella cavità orbitaria che implica una visione più circoscritta e più selettiva.

Un occhio aperto rappresenta una visione d’insieme sistemica a livello simbolico, ma se è troppo dilatato (eccesso di yang) perde la capacità critica e discriminativa delle cose e la sua interiorità psicologica, la sua intimità.

Un occhio troppo retratto (eccesso di yin) è troppo orientato verso un mondo soggettivo analitico e ipercritico e rischia di perdere la visione sintetica di sé e del mondo. Rappresenta una visione analitica, settoriale, specifica.

L’ideale è "zoommare" nel senso di modulare l’occhio. La vera coscienza è la capacità di permettere un lavoro verso l’interno e verso l’esterno, di imparare a modulare l’occhio, e quindi la psiche.

Tutti i nostri "files di ricordi" della nostra vita postnatale sono legati alle visioni che abbiamo. Nella nostra mente, non c’è ricordo che non sia una lastra impressionabile, non c’è ricordo che non abbia un odore o una musica che lo impregna, ma quando pensate ad un ricordo avete subito un’immagine, tutti i ricordi sono legati a immagini. Quindi, l’occhio è l’organo più nobile, più impregnato di memorie che noi abbiamo.

Dal punto di vita biotipologico possiamo dire che l’occhio dell’entoblastico non è mai infossato, è a palla, l’occhio che s’infossa è quello dell’ecto, data la tendenza biotipologica di base ed il rispettivo rapportarsi con l’ambiente.

Il sopracciglio:

  • la consistenza, il colore, l’intensità dei peli sono indicatori della risposta endocrina di tipo gonadico;
  • se rettilineo e  ben presente è indice di biliosità (il termine bilioso va interpretato nel senso della Caratterologia di Heymans-Le Senne, cioè un soggetto volitivo, decisionale e teleologico);
  • allungato indica paranoie, è degli psicotici, è facile trovarlo ad una certa età, dopo i cinquant’anni.

Dal punto di vista simbolico l’occhio è lo specchio dell’anima in quanto esprime la vivacità e la profondità dell’anima.

Che cosa significa ‘dal punto di vista simbolico’? Per Carl Gustav Jung i simboli sono rappresentazioni della psiche e più precisamente rappresentano archetipi, sono quindi “un tentativo di rendere comprensibile, mediante l’analogia, qualcosa che appartiene ancora completamente all’inconscio, oppure qualcosa che è ancora in formazione”.

I simboli sono quindi proiezioni di tutti gli aspetti della natura umana e esprimono così la saggezza accumulata nella storia di ogni razza e quella acquisita individualmente. Possono inoltre rappresentare i livelli di sviluppo futuro di un individuo. Quindi l’occhio che si dilata o si restringe rappresenta simbolicamente l’apertura o la chiusura del campo di coscienza individuale e quindi l’orientamento della coscienza verso il mondo esterno oppure verso il mondo interiore. Per Jung la coscienza è l’unica parte della mente conosciuta in modo diretto dall’individuo e il processo in cui la coscienza di una persona si diversifica dal collettivo si chiama individuazione. La finalità ultima dell’individuazione è quella di conoscere se stessi il più possibile e quindi di raggiungere il maggior grado possibile di autocoscienza.

 

Il NASO

 

Il naso appartiene al piano II° del viso, piano respiratorio animico. Questo piano è chiamato animico perché si riferisce all’anima che è la parte spirituale dell’uomo che è mossa dagli affetti, in quanto sede del sentimento, dell’intelletto, della volontà. Essa rappresenta l’aspetto creativo che Jung chiamava psiche, e quindi la personalità nel suo insieme.

Il recettore nasale può definirsi un’interfaccia di comunicazione affettiva del soggetto con l’ambiente circostante, tra l’io affettivo e l’ambiente.

Come l’occhio è l’aspetto simbolico della comunicazione psichica dell’autocoscienza e fisica come recettore, come telecamera, tra le più importanti della comunicazione sensoriale con l’ambiente, il naso è fondamentale per il respiro, fondamentale per la regolazione del pH, collegato alle emozioni ma soprattutto rappresenta un’interfaccia psico-affettiva con l’ambiente. Per cui quando un biotipo non respira con l’ambiente vuol dire che non comunica con la sua funzione Sentimento.

Il naso ha tre modi diversi di retrazione:

  1. restringimento delle narici con riduzione dell’apertura nasale;
  2. prolungamento della punta del naso che viene a sporgere al di sotto dell’inserzione delle narici come un piccolo promontorio (il Corman chiama questa struttura abritée, cioè riparata);
  3. coinvolgimento della retrazione nasale con quella labiale, attraverso l’accartocciamento del naso e del labbro superiore (in questo caso sono interessati i muscoli elevatori delle narici e del labbro superiore come anche l’orbicolare delle labbra).

Il restringimento delle narici può essere attenuato dal pinnamento delle ali del naso, cioè delle narici.

 

Qual è il nesso tra la funzione respiratoria e l’attività mentale?

In India lo yoga insegna che lo scopo di inspirare l’aria nel corpo è quello di assorbire l’energia vitale da loro chiamata prana. Nelle discipline orientali cinesi, Chi Qong e Tai Chi, sono fondamentali i principi di base della terapia della respirazione e possono essere così riassunti:

  • regolazione del corpo tramite una corretta postura,
  • regolazione del respiro, tramite respiro regolare,
  • regolazione della mente, cioè tranquillizzare la mente, sviluppare e mantenere l’acutezza dei sensi, attraverso il respiro.

Una giusta respirazione cambia quindi lo stato mentale. Studi americani hanno rivelato che dopo una respirazione profonda si trovano nella circolazione sanguigna sostanze chimiche chiamate endorfine ed enkefaline, le prime agiscono a livello di recettori cerebrali provocando uno stato di benessere fisico, mentale, psico-affettivo e emozionale, (agiscono sul sistema limbico), le seconde agiscono sulla regolazione del dolore.

È quindi importante constatare che c’è una profonda interdipendenza tra respirazione, emozione e condizioni mentali, ad esempio c’è una interdipendenza tra i cambiamenti delle condizioni mentali e la durata dell’inspirazione e espirazione.

Ogni stato emozionale, ogni stimolazione del cervello limbico provoca un blocco della respirazione.

L’ansia, sinonimo di paura di affrontare, scatenamento emozionale, causa il blocco del respiro. Per gestire l’ansia, oltre alla mente e all’autocoscienza ci vuole anche una buona tecnica per respirare, perché dal corpo si mandano informazioni alla mente.

Un’altra importante correlazione esiste tra il ritmo della respirazione e la sopravvivenza neonatale perché si è constatata una mortalità neonatale del 25% in neonati con problemi respiratori. Questi problemi possono anche essere influenzati nel corso della gravidanza dall’ansia della madre che rende il respiro insufficiente e di conseguenza si riflette anche sulla respirazione del feto nel quale si determina uno stato di acidosi non compensabile.

In questo senso si è visto che fattori ansiogeni della madre che influenzano la respirazione materna influenzano tantissimo anche la respirazione fetale. Quindi saper respirare in gestazione è determinante, tecniche di rebirthing, tenciche yoga sono determinanti, perché miglior respirazione significa meno ambiente acido per il figlio, meno ansia per il figlio. Sentite come funziona: io sono ansiosa, emotiva, sono preoccupata perché devo fare un figlio, ho ansia che mi castra il respiro, il respiro coinvolge il polmone, il quale è collegato al sentimento tristezza e provoca un ambiente di sofferenza respiratoria, di acidosi anche nel feto. Il feto sente l’ipercapnia nel sangue della madre, e nella sua funzione polmone e quando nascerà risentirà di questo stato acidofilo. Respirare vuol dire quindi modulare le emozioni anche nel figlio.

Emozione = blocco respiratorio                                                      

  •  acidosi
  •  nutrimento insufficiente al figlio
  •  che si riflette sul polmone (sentimento di tristezza)
  •  trauma affettivo dell’abbandono

Un recettore nasale che si retrae indica una preoccupazione, un disagio nella sfera affettiva. Quando l’ambiente affettivo si presenta come ostile l’individuo si deve proteggere per la propria sopravvivenza. Da un lato questo atteggiamento è quindi di sopravvivenza, dall’altro, però implica un’arcaicizzazione della funzione affettiva e una impossibilità di vivere pienamente le proprie esperienze affettive. Mentre sul piano psicologico l’individuo non si rende conto di questo auto adattamento, sul piano fisico l’organo recettoriale, il naso, perde la sua capacità reattiva e la sua immunità naturale. L’individuo diventa quindi più soggetto a patologie virali iterative della mucosa rinofaringea fino ad arrivare ad uno stato di modificazione strutturale che può sfociare anche nell’anosmia

La perdita dell’olfatto, anosmia, significa grave distacco affettivo, l’organismo non riesce più a comunicare, c’è una lesione nella capacità di rapportarsi affettivamente ed emotivamente con l’altro e con l’ambiente in genere ed è sempre accompagnata dalla retrazione atrofica di un recettore simbolico della funzione psichica Sentimento.

A seconda della diatesi dominante del biotipo troviamo manifestazioni patologiche della mucosa rinofaringea a carattere secco (diatesi psorica), catarrale (tubercolinica), ipertrofico (sicotica ) e ulcerativo (luesinica).

Nell’uomo residuano i ricordi archetipici della funzione primitiva dell’odorato (che nel regno animale ancora oggi è presente) e anche il genere umano stesso istintivamente respira e odora l’ambiente ed è attratto o sente repulsione attraverso l’olfatto. Conosciamo bene gli effetti dei ferormoni che costituiscono stimoli significativi di attrazione sessuale e sono segnali di riconoscimento che influenzano la sfera emozionale.

La retrazione di un recettore è più grave quanto più il piano del viso in cui si trova il recettore interessato dovrebbe essere maggiormente sviluppato in relazione alla dominanza biotipologica. Pensate ad un soggetto biotipologicamente meso che dovrebbe avere un ipersviluppo della funzione respiratoria, in cui troviamo una retrazione intensa del recettore naso. Questa sarà tanto più sofferta quanto più quel piano doveva essere espanso biologicamente. Ciò significa che le dinamiche psico-esistenziali devono essere state molto più forti per colpire in un punto che biotipologicamente doveva essere maggiormente espanso.

Un esempio di distacco affettivo tipico in patologia prenatale è l’ipertrofia delle adenoidi del bambino.

La diagnosi è ipertrofia delle adenoidi; se c’è una ipertrofia pensiamo subito ad una diatesi (una predisposizione, che è una tecnica di sopravvivenza dell’organismo). La diatesi che provoca le adenoidi è quella sicotica, secondo la denominazione omeopatica. Le adenoidi costituiscono un tessuto linfoide, quindi un elemento linfatico nel soggetto, che va in ipertrofia. La diatesi sicotica a livello cellulare corrisponde ad una iperplasia e/o ipertrofi cellulare..

La cellula è iperplasica e ipertrofica come una verruca, una ghiandola mammaria con mastopatia fibrocistica, una ghiandola che si ingrossa pur mantenendo il DNA in espressione genetica corretta.

Dal punto di vista cellulare è un’iperplasia, dal punto di vista psichico è un’ipertrofia dell’Io. Io enfatizzato. La diatesi sicotica porta alla paranoia, paranoia vuol dire che simula la noia, vuol dire enfatizzazione dell’Io per gravi insicurezze dell’io mai risolte e mai elaborate ,con un’esaltazione dell’io con forme di tipo maniacale, delirio di onnipotenza. C’è anche la forma maniacale depressiva con fase di manie di persecuzione.

La cellula in un soggetto sicotico, siccome soffre nell’interscambio tra cellula e Matrice Interstiziale, si ingrandisce per aumentare la superficie di scambio, cioè la sua interfaccia di comunicazione. C’è una stimolazione nucleare ed un aumento della risposta citoplasmatica con una ipertrofia, iperplasia del citoplasma, quasi a compensare il deficit dello scambio biochimico.

Non è una malattia, è una tecnica di sopravvivenza. Il tessuto sicotico di un adenoideo è quindi una ipertrofia adenoidea coerente con una tendenza diatesica del biotipo e coerente anche con una sofferenza mesenchimale del tessuto.

A livello mentale all’ipertrofia del citoplasma corrisponde l’ipertrofia dell’Io. Il soggetto comincia ad enfatizzare, ad esaltare il suo io come tecnica di compensazione dell'insicurezza dell'Io. E' già in questa fase e sopratutto poi nell'adolescenza, che si creano aspetti di mitomania, di erotomania, di megalomania, di delirio di rivendicazione, di teomania.

Il bambino adenoideo avrà stati più o meno di aggravamento:

  1. stadio infiammatorio, il bambino ha spesso riniti, otiti;
  2. poi ci sarà uno stato di ipertrofia, sopratutto delle adenoidi e spesso dei turbinati (se associato ad uno stato diatesico allergico);
  3. infine si può arrivare, nei casi cronici non solo dei bambini ma spesso degli adulti, ad uno stato atrofico che corrisponde all’anosmia. L’anosmia è il distacco affettivo. Questa anosmia rappresenta una tecnica di un somatico in cui il soggetto prende una distanza affettiva, o dal partner o dall’ambiente; non sente più l’ambiente, si ritira nel suo mondo affettivo inconscio che diventerà un tormento per tutta la sua vita.C'è un tormento della sua sfera affettiva, della sua funzione Sentimento.
  4. L’iperosmia, all'opposto, è una eccessiva  sensibilizzazione agli odori, ma in realtà il paziente è in conflitto con il bisogno affettivo inespresso. Desidera ardentemente vivere il suo programma psichico (Funzione Sentimento di Jung) ma inconsciamente esso è inadeguato.

Cosa succede ad un soggetto che si ammala in una situazione psicosomatica nel suo recettore nasale, perché sente una distanza affettiva, oppure ad un bimbo a cui vengono tolte le adenoidi? Se  si asportano le adenoidi, due sono le possibilità:  o emerge un sintomo cognitivo di sofferenza affettiva, oppure c’è uno bersaglio psicosomatico su un altro organo, spesso il Grosso Intestino (questo è il viscere associato al Polmone che fa parte della loggia Metallo secondo la MTC).

In MTC il naso e quindi le vie respiratorie appartengono alla loggia Metallo, o scarico automatico per questi bambini è la loggia Grosso Intestino, collegato al Polmone[4]. Il bambino adenoidectomizzato modifica la sua struttura intestinale, oppure ha sintomi cognitivi dell’affettività, per un intervento di adenoidectomia. 

 

BOCCA

 

La bocca rappresenta:

  • a livello istintivo, l’istinto nutritivo e l’aspetto sensualità legato all’erotismo. Le labbra rappresentano un linguaggio sensuale, sessuale, erotico. L’aspetto sensuale delle labbra è di dominanza biotipologica entoblastica, dato che in quel biotipo c’è la tendenza a soddisfare solo i sensi. Il richiamo sensuale e sessuale delle labbra è un indicatore della cultura di appartenenza dell’individuo. L’uso moderno nella cultura occidentale di evidenziare con artifici vari le labbra, soprattutto nella donna, è espressione di un disagio comunicativo con l’altro sesso, in cui il recettore labiale diventa un desiderio inconscio di ostentazione di una femminilità carente di una sua vera identità.
  • A livello emotivo rappresenta la comunicazione emotiva, affettiva.
  • A livello simbolico è la comunicazione verbale.

 

La modulazione della bocca subisce un effetto dilatante o retraente in rapporto alla tensione dell’orbicolare delle labbra su cui si inseriscono il piccolo e grande zigomatico e il triangolare delle labbra.

Sappiamo dal punto di vista biotipologico che esiste un labbro più o meno carnoso  secondo la dominanza. Se andiamo nella dominanza entoblastica il labbro è carnoso e pallido, colorito se c’è mesoblastismo, più stretto se si va verso l’ectoblastico, anche le labbra dell’ectoblastico sono pallide.

Il labbro può essere tonico o atono, indipendentemente dalle dimensioni.

La retrazione delle labbra può coinvolgere sia le labbra in toto oppure solo il labbro superiore o inferiore. La retrazione del labbro superiore è la più frequente. È spesso associata alla retrazione nasale. In questo caso coinvolge anche il recettore labiale con il piccolo e grande zigomatico, ma soprattutto con il triangolare, perché si viene a creare un accartocciamento, come viene chiamato, del labbro superiore con il naso.

Questa retrazione che coinvolge il labbro superiore e il recettore nasale implica una sofferenza del biotipo di fronte ad un ambiente comunicativo e affettivo. Mentre il labbro semanticamente rappresenta la comunicazione verbale della funzione Pensiero, naso e labbra vuol dire Pensiero e Sentimento, quindi pensiero focalizzato sulla sfera affettiva sentimentale.

Rimettiamo insieme l’aspetto simbolico: un soggetto che deve retrarre questa zona vuol dire che non riesce a sentire la comunicazione di tipo affettivo, non riesce a comunicare affettivamente.

 

La retrazione del labbro inferiore invece si trova raramente da sola e quindi quasi sempre in sintonia con la retrazione del labbro superiore. Se invece abbiamo un labbro inferiore dilatato mentre il superiore è retratto la mimica del recettore è disarmonica.

La retrazione del recettore buccale si osserva in stato di rilassamento quando la bocca è chiusa.

La dilatazione invece si evidenzia con una bocca lievemente socchiusa e leggermente aperta.

 

Le labbra possono anche dimostrare delle condizioni patologiche:

  • un labbro superiore gonfio, ad esempio, che apparentemente sembra dilatato può indicare condizioni di sofferenza epatica con stasi epatoportale.
  • Un labbro inferiore gonfio è invece indice di una sofferenza del colon con tendenza alla stipsi, alla atonia e all’accumulo di tossine nell’organismo.
  • Il colore rosso cianotico indica una cattiva ossigenazione ematica e lo troviamo sempre nella diatesi tubercolinica o in persone che hanno delle patologie polmonari ad elevata ipercapnia.

Le labbra rappresentano il recettore della comunicazione. La comunicazione verbale è una delle funzioni più importanti con cui l’individuo si relaziona con gli altri. Il significato simbolico della retrazione/dilatazione delle labbra diventa quindi immediato. Il controllo della comunicazione verbale in genere avviene quando l’individuo ha sentito l’ambiente parentale o sociale estremamente ostile, non dilatante e questa inibizione lo spinge ad un controllo costante dell’ambiente dato che il suo Io, cioè l’organizzazione della sua mente conscia è in grado di conservare un continuo stato di coerenza nella personalità individuale. Questo aspetto estremamente selettivo dell’io comporta che non tutte le nostre esperienze, soprattutto quelle che investono il mondo emozionale, raggiungono la soglia della coscienza perché alcune vengono eliminate ed immagazzinate nel nostro archivio personale, cioè l’inconscio.

La comunicazione verbale nel bambino inizia con la dislalia fino alla formazione completa della capacità espressiva verbale: un bambino che sente l’ambiente familiare ostile, per cui non può parlare, viene redarguito, coercizzato, ecc., retrae il labbro e impara a controllare la sua comunicazione, parlando solo nel momento in cui può parlare.

Un soggetto che prima di parlare controlla l’ambiente e ha un attento spirito critico presenta una retrazione del recettore labiale. Al contrario un soggetto più comunicativo e meno critico presenta delle labbra tendenzialmente dilatate.

In sintesi la retrazione labiale è una manifestazione del controllo comunicativo verbale quando la comunicazione è stata resa difficile.

 

L’atteggiamento delle labbra cambia molto nella mimica espressiva. Ci sono le persone con l’archetto in su che hanno sempre bisogno di essere contenti. Anche quella è una patologia, perché ostentano un bisogno costante di allegria. Altre persone hanno l’atteggiamento di disprezzo, altre di disgusto, altre di cattiveria, le labbra serrate sono quasi di assalto.

Più aumenta la retrazione e più il soggetto è attento alla comunicazione e quando comunica lo fa in maniera precisa, quasi tagliente. Tutti i politici hanno un’accentuata retrazione perché non possono parlare liberamente, ma devono parlare in modo preciso, con precisi processi cognitivi.

Alcune labbra di soggetti sono sigillate!

Cosa è successo nella loro ontogenesi psicologica? In questi soggetti più il recettore si retrae per una una secondarietà di pensiero per un eccessivo controllo della comunicazione verbale.

Sono soggetti che non parlano mai a caso, sono estremamente attenti al loro discorso perché la retrazione è un atteggiamento di difesa dall’ambiente.

 

ORECCHIO

 

L’orecchio è il recettore acustico, con esso recepiamo i suoni che sono d’informazione e di comunicazione. Si può paragonare il padiglione auricolare ad un’antenna parabolica e il condotto uditivo esterno al canale d’ingresso delle onde sonore, la cui trasmissione avviene tramite le strutture dell’orecchio medio e dell’orecchio interno, che poi trasmettono il suono a recettori specifici.

I due elementi che si possono modificare in funzione di un adattamento all’ambiente dilatante o retraente sono proprio il padiglione auricolare ed il meato acustico.

La conoscenza dell’innervazione sensitiva di tale recettore è molto importante dato che riguarda i meccanismi riflessi che si studiano in auricoloterapia.

Il padiglione auricolare è la sede di numerosi punti riflessi che hanno una corrispondenza nella somatotopia corporea come del resto troviamo anche nell’iride, nella mano e nel piede. L’orecchio rappresenta un feto rovesciato. La stimolazione dei punti di auricoloterapia con aghi permette di mandare messaggi agli organi ad essi corrispondenti.

L’orecchio è anche il centro dell’equilibrio. Qualsiasi lesione auricolare causa disturbi dell’equilibrio, disturbi del labirinto.

Ogni suono che ci arriva viene filtrato e suddiviso in frequenze, perché ogni suono ha una ampiezza e una frequenza specifica.

Biotipologicamente sappiamo che l’Entoblastico ha delle frequenze basse e quindi capterà molto meglio basse frequenze. L’ecto ha delle frequenze più alte e quindi riceverà meglio le alte frequenze.

L’orecchio si muove e si allarga per captare i segnali. In morfopsicologia più il soggetto è recettivo alla comunicazione sonora e più presenta una dilatazione e una forte mobilità del padiglione; contemporaneamente il foro acustico esterno è dilatato. Al contrario la retrazione si osserva con una certa immobilità del padiglione e con una parziale chiusura del meato esterno.

Quando un suono è rumore, è cacofonia, è fastidio, il recettore si chiude.

Il fastidio si può sentire già in un ambiente parentale o gestazionale opprimente con urla e rumori fastidiosi. I bambini con otiti recidivanti, con tendenza a formare tappi di catarro con cui si tappano biologicamente le orecchie, non vogliono sentire.

Anche gli adulti in un ambiente lavorativo dove c’è vessazione, fastidio chiudono il recettore anche se precedentemente era aperto.

Nel cervello istintuale, nell’animale, l’orecchio è l’organo impegnato nella captazione dei segnali. Tutti gli animali sono ipersensibili al suono, anche l’uomo lo era.

La cosa importante dal punto di vista morfopsicologico è osservare se il foro acustico sia più o meno aperto o chiuso.

La diagnostica di apertura o chiusura di questo recettore si fa in funzione di una linea immaginaria che passa per il trago e a 90 gradi interseca il forame acustico esterno. Guardate il trago e osservate se riuscite a vedere o meno il foro acustico mettendovi di fronte. L’apertura o la chiusura è in funzione dell’ingresso del forame.

La chiusura del recettore avviene solo con la spinta del trago in avanti che va a chiudere il forame; se il foro d’ingresso della trasmissione delle onde sonore viene chiuso indica chiaramente che il soggetto non vuole sentire.

Perché non vuole sentire? Perché gli dà fastidio, perché le informazioni acustiche in genere sono sempre di natura impositiva, coercitiva, sono in genere di natura materna. Sono gli ordini, le vessazioni, le imposizioni che il bambino ha costantemente da quando nasce, gli urli improvvisi. “non fare questo, non fare quello, ecc”. Il bambino sente il conflitto e il il recettore orecchio si adatta retraendosi.

Non è solo l’urlo che mette paura, se quell’informazione crea conflitto interno, questo conflitto si trasduce in una chiusura del recettore: non voglio sentir più niente. Come il recettore nasale trasduce l’informazione psico-affettiva di non comunicazione perché sente la sofferenza, quindi per sopravvivere deve chiudersi, allo stesso modo, per sopravvivere al conflitto, l’organismo chiude le orecchie. La risposta di chiusura e di ovattamento viene attuata per estraniarsi da un ambiente fastidioso e negativo.

 

La forma dell’orecchio è estremamente importante e simbolica, ricalca il bisogno di amplificare il segnale o meno:

  • un orecchio appuntito è un indice di aggressività acustica in soggetti che hanno bisogno di aggredire con la voce o in altro modo.
  • Le orecchie "a sventola" implicano che il padiglione deve captare, è come l’ipertrofia delle adenoidi; sono espressione di ipertrofia della comunicazione, espressione del bisogno di captare. Il bisogno è un aspetto carenziale. Quando c’è un bisogno estremo e un recettore si apre in eccesso vuol dire che c’è una patologia in realtà. Ogni bisogno estremo è sintomo di una dinamica inconscia di sofferenza.

Nella medicina giapponese un lungo lobo dell’orecchio indica una costituzione equilibrata. La semeiologia e la tipologia giapponese sono un poco diverse dalle nostre. Un orecchio posto in alto rispetto alla linea degli occhi è indice di una costituzione a dominanza yin, così come le orecchie a sventola.

Le orecchie rosse, molto irrorate sono sintomo di diatesi tubercolinica oppure a costituzione sanguigna. Dove c’è una diatesi tubercolinica c’è sempre una labilità degli shunt artero-venosi periferici.

 

 

 


[1] Il massetere solleva la mandibola, chiudendo le fauci.

[2] Solleva la mandibola, chiude la bocca, tira la mandibola verso l’indietro.

[3] E’ il muscolo della guancia, gioca un ruolo importante nell’emissione di suoni e nel soffiare, spinge verso le arcate dentarie il cibo durante la masticazione.

[4] Nell’antica medicina tradizionale cinese si conoscono le relazioni che esistono tra organi e apparati, relazioni fondate su rapporti energetici che sanciscono equilibri dinamici e omeostatici tra un organo e l’altro. Il polmone è in stretta relazione con il grosso intestino per cui in pratica ogni alterazione energetica, molecolare, biochimica, citologica e sintomatologica di uno di essi in senso di surplus energetico, provoca nell’organo accoppiato un deficit energetico, cioè quello che in medicina tradizionale cinese viene chiamato vuoto o pieno.

[5] RNA messaggero di geni specifici, il quale si trasferisce nel citoplasma (reticolo endoplasmatico rugoso) dove dirige la sintesi di nuove proteine, tra cui, per esempio, gli enzimi per l’accrescimento e per il metabolismo cellulare.

 

 

 

 
 
 
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